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ZELDA BOMBA

Vorrei che l’arte facesse parte del quotidiano quanto un TG o un caffè al bar; una cosa democratica, accessibile a tutti, a portata di mano.

Cosa c’è dietro il nome Zelda Bomba?

Senza mai rifletterci più di tanto, avere uno pseudonimo mi è sempre apparso una cosa ovvia. Non sarei mai entrata nel mondo dell’arte con il mio vero nome, credo. Un po’ per timidezza, quando ero più giovane volevo un po’ nascondermi. 

Zelda è un nome che mi era sembrato energico, non c’entra niente col gioco, che manco conoscevo e che non fa parte della mia cultura. Bomba l’ho aggiunto quando è arrivato internet, quando ho dovuto crearmi un indirizzo e-mail. Bomba perché era il periodo esplosivo dopo l’11 settembre, mi è venuto così, era l’aria che si respirava. Alla fine è tutto avvenuto un po’ per caso, senza darci troppo peso, ma questo nome tuttora mi corrisponde…

 

Quando e perché hai iniziato a fare arte (pubblica)? Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

L’arte pubblica mi ha sempre attratta tantissimo. Il primo libro che ho comprato con i miei risparmi è stato Spray Can Art. Mi affascinava. Ho avuto anche tanti amici writers che accompagnavo a Roma quando andavano a dipingere, ma io guardavo. Diciamo che non ho mai preso in mano le bombolette, dipingo a pennello, che è una cosa molto più lunga, quindi ho aspettato la possibilità di aver muri legali per far grandi muri per strada. Forse nel 2012? 

Ho sviluppato poi la mia arte pubblica sotto forma di collage, che mi corrispondono di più perché posso svilupparli quanto voglio nel mio studio e poi andar in giro ad attaccarli dove voglio.

Per me si tratta di un modo per incontrare gente attorno all’arte in maniera diversa. Quando lavoro a Belleville a Parigi, so che la gente che vedrà il mio lavoro è una moltitudine molto varia e molto diversa dalla gente che si incontra in galleria. Quindi, non solo è un modo di comunicare arte in maniera più democratica, ma mi costringe anche ad adattare il mio lavoro per rivolgermi a gente diversa, bambini, gente non abituata magari ad andar nei musei. È un modo per creare una bolla di colore e spero di piacere a chi incrocia un mio collage sul suo cammino attraverso la città. Ovviamente è anche un modo di appropriarsi della città inquinata dalla pubblicità.

 

Come definiresti l’ “arte urbana”?

Per me è un modo per far esistere l’arte gratuita, per tutti, in città mangiate dal privato. Chiunque lo può fare, e tutti i messaggi sono esprimibili per strada. 

Per gli artisti è una maniera di investire la città che diventa un terreno d’avventura (cercando nuovi terreni di espressione ho scoperto delle zone di Parigi che non conoscevo affatto) e anche di ispirazione.

L’arte può quindi far parte del quotidiano della gente, in maniera semplice, chiunque se ne può appropriare, includerla nella propria visione della città. Può creare emulazione.

Quando ero bambina ero molto colpita dagli stencil che vedevo in giro, erano pochi all’epoca, ma mi intrigavano; mi sembravano veramente una cosa ispirante, quasi misteriosa nel suo fioccare nella notte, senza rumore.

Ripensare la città con arte e natura mi sembra una cosa necessaria, sempre di più…

 

L’arte urbana, le gallerie e le istituzioni artistiche tradizionali sono reciprocamente contraddittorie o è attesa da tempo un più ampio riconoscimento del movimento della street art da parte del mercato dell’arte tradizionale?

Devo dire che mi sono allontanata da queste riflessioni, anche se ovviamente fanno parte della street art. Non capisco bene come si possa articolare il maniera armoniosa il dialogo tra gallerie e street art. Immagino che dipenda anche dagli attori sul campo. Tutto quello che ha una matrice opportunistica non è di qualità, secondo me. Personalmente mi sono allontanata da certe realtà di questo tipo, continuando il mio lavoro per strada senza legarmi ad istituzioni o gallerie.

Ma è anche vero che ci sono dei progetti, anche legati a gallerie, che sono ambiziosi e di qualità. Come avviene nel XIII° arrondissement di Parigi con la Tour 13, un palazzo investito da tanti artisti di qualità, diventato museo effimero prima della distruzione, oppure le facciate dei palazzi lungo il percorso della linea 6 della metro aerea che offrono un museo a cielo aperto ai viaggiatori.

Ho anche partecipato all’Upfest di Bristol, che è una vera festa popolare; partecipa praticamente tutta la città, mi piace molto, è una condivisione vera.

 

Ci sono differenze tra le opere e i tuoi messaggi che lasci per strada e, ad esempio, le tue illustrazioni e le tue opere sulla carta?

Sì, sono due cose diverse ed è proprio questo che mi interessa. Il lavoro di pittura che svolgo da anni, nel mio studio, è molto autoreferenziale, molto ossessivo; è una ricerca personale che porto avanti da anni. 

Per strada cerco di utilizzare altri riferimenti, di parlare alla gente più che a me stessa, di comunicare. Utilizzo anche un codice colore rosso e blu (che è quello della segnaletica stradale). Per strada cerco di rappresentare la strada, uomini, donne, provenienti da tutte le parti del mondo come si vede in effetti a Parigi, e poi a volte faccio intervenire icone della cultura popolare come Bruce Lee, Spike Lee, Malcolm X, Kim Jong-un, Twiggy e molti altri. Questo può essere un omaggio o anche qualcosa per far sorridere la gente.

 

Puoi descrivere il tuo processo di lavoro? Quanto tempo dedichi ad una opera?

Questo dipende… Utilizzo vari modi per lavorare per strada: un metodo diciamo più warholiano è quello di creare un visual (su cartone alimentare) e poi riprodurlo a volontà per incollarlo. Per questo magari mi servono 5 ore. Se faccio un grande dipinto su carta da pacchi, sempre da attaccare, magari ci lavoro due giorni (sono veloce ma non faccio altro, perciò sono comunque ore di lavoro).

Per i miei dipinti non destinati alla strada uguale, due/tre giorni.

Il mio processo di lavoro è in studio, da sola, con podcast prescelti, immersione totale finché non ho finito. Lavoro con l’acrilico, su carta e da poco anche su legno. 

È una propria necessità dipingere, che non sparisce con tempo, anzi. Per me è una ricerca, e sempre la ricerca di un evoluzione…

 

Hai uno stile straordinario, che è radicato nella controcultura, nei fumetti, nella musica, nella moda e nella vita di strada, con un forte valore di riconoscimento e una vivace tavolozza di colori. Come hai sviluppato il tuo stile unico e quale messaggio vuoi trasmettere con la tua arte?

Lo sviluppo è semplice: lavorare. Ho preso la decisione di non far altro praticamente, e quindi lo stile si sviluppa naturalmente. Ovviamente lo devi nutrire, e questo avviene attraverso letture, incontri, altri artisti, film, cultura in generale che molto spesso ti ispirano in maniera inconsapevole. La voglia di fare e di trovare nuove soluzioni creative è comunque per me il motore più potente.

Il messaggio… Non ho un messaggio poiché ho scoperto che se una persona vuole vedere un messaggio in quello che fai, quel messaggio appartiene più a lei che a te. Oppure è un’alchimia diciamo, tra quello che produci tu e come viene percepito da quella persona in particolare. Nessuno percepisce un’opera nella stessa maniera.

Ma forse, se avessi un messaggio sarebbe quello di spronare la gente ad utilizzare la propria creatività, in qualsiasi modo, di tenere viva questa parte che assolutamente tutti abbiamo. Mi capita spesso, quando faccio workshop con delle persone del tutto estranee alla creatività di sentire “non so far nulla”, per poi vedere alla fine del corso che tutti sono riusciti a creare, anche in maniera inaspettata, ricca, il che è una cosa estremamente valorizzante di cui tutti hanno bisogno. Sono assolutamente per lo sviluppo di queste possibilità sepolte in tutti; fanno bene, creano una maniera diversa di vedere la vita, di vedere sé stessi, rende la gente felice. È molto importante.

 

Quale rapporto vuoi creare con gli spettatori delle tue opere?

Emulazione forse. Vorrei che l’arte facesse parte del quotidiano quanto un TG o un caffè al bar; una cosa democratica, accessibile a tutti, a portata di mano. Possiamo tutti essere un po’ artisti, tutti lo possiamo essere anche solo dieci minuti al giorno… La street art può essere questo, incrociare per strada andando al lavoro un disegno, che è stato fatto lì proprio per te, distrarti un attimo dai tuoi pensieri… Bisogna rompere la distanza tra le persone e la propria creatività.

 

C’è un motivo per cui dipingi principalmente figure femminili?

Le figure femminili sono soprattutto presenti nel mio lavoro di pittura non destinato alla strada. Sì, siccome interrogo molto il concetto di identità, ovviamente, parto da una delle mie identità personali, che è femminile. 

La costruzione sociale della femminilità offre poi delle possibilità creative infinite nella sua rappresentazione, che si avvicina anche al queer.

Per strada inconsapevolmente creo più uomini, mi sono interrogata su questo fatto… Senza trovare risposte, a parte che è uno specchio obiettivo della realtà.

 

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Zelda Bomba

Tours / Paris, France

www.zeldabomba.com

Instagram zeldabomba

Facebook zeldabomba

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Novembre 2019

Ich würde mir wünschen, dass Kunst ebenso zum Alltag gehört wie eine Nachrichtensendung oder ein Café in einer Bar, etwas Demokratisches, für jeden zugänglich, in unmittelbarer Nähe.

Was steckt hinter dem Namen Zelda Bomba?

Ohne jemals zu viel darüber nachzudenken, schien es mir immer offensichtlich, ein Pseudonym zu haben. Ich wäre nie unter meinem richtigen Namen in die Welt der Kunst eingetreten, teilweise aus Schüchternheit; als ich jünger war, wollte ich mich ein wenig verstecken.

Zelda ist ein Name, der mir energisch und stark erschien. Er hat aber nichts mit dem Spiel zu tun, das ich nicht einmal kannte und das nicht Teil meiner Kultur ist. Bomba habe ich hinzugefügt, als das Internet aufkam und ich meine erste E-Mail-Adresse erstellen musste. Bomba, weil es die explosive Zeit nach dem 11. September war: Es kam mir einfach so in den Sinn, es war die Luft, die man atmete. Am Ende geschah alles ein bisschen zufällig, ohne dass ich dem zu viel Bedeutung beigemessen hätte, aber dieser Name passt immer noch zu mir…

 

Wann und warum hast du angefangen, Kunst (im urbanen Raum) zu machen? Was sind deine Inspirationsquellen?

Kunst im öffentlichen Raum hat mich schon immer sehr angezogen. Das erste Buch, das ich mir von meinem Taschengeld gekauft habe, war Spray Can Art. Es hat mich fasziniert. Ich hatte auch viele befreundete “Writer”, die ich nach Rom begleitete, als sie sprayen gingen, aber ich sah nur zu. Sagen wir, ich habe die Dosen nie in die Hand genommen. Ich male mit dem Pinsel, was eine viel längere Sache ist, also habe ich auf die Möglichkeit gewartet, legale Wände zu haben, um großformatige Werke auf der Straße zu malen. Das war dann vielleicht im Jahr 2012?

 

Dann habe ich meine Kunst im öffentlichen Raum in Form von Collagen entwickelt, die besser zu mir passen, weil ich sie in meinem Atelier entwickeln kann, so viel ich will, und dann herumgehen und sie kleben kann, wo immer ich will.

Für mich ist es eine Möglichkeit, Menschen im Bereich der Kunst auf eine andere Art und Weise zu begegnen. Wenn ich in Belleville in Paris arbeite, weiß ich, dass die Menschen, die meine Arbeiten sehen werden, sehr unterschiedlich sind und sich sehr von den Menschen unterscheiden, die man in der Galerie trifft. Es ist also nicht nur eine Möglichkeit, Kunst auf demokratischere Weise zu vermitteln, sondern es zwingt mich auch dazu, meine Arbeit so anzupassen, dass ich mich an andere Menschen wende: An Kinder, vielleicht an Menschen, die es nicht gewohnt sind, in Museen zu gehen. Es ist eine Möglichkeit, eine Blase aus Farbe zu schaffen, und ich hoffe, dass es denjenigen, die auf ihrem Weg durch die Stadt auf eine Collage von mir treffen, gefallen wird. Natürlich ist es auch eine Möglichkeit, die durch Werbung dominierte Stadt zurückzugewinnen. 

 

Wie würdest du “urbane Kunst” definieren?

Für mich ist es eine Möglichkeit, freie Kunst für jedermann in Städten existieren zu lassen, die von Privatpersonen konsumiert wird. Jeder kann es tun, und alle Botschaften können auf der Straße ausgedrückt werden. 

Für die Künstler ist es eine Möglichkeit, in die Stadt zu investieren, die zu einem Terrain des Abenteuers wird (ich entdeckte Gegenden in Paris auf der Suche nach neuen Ausdrucksmöglichkeiten, die ich überhaupt nicht kannte), und auch der Inspiration.

Kunst kann also Teil des Alltagslebens der Menschen sein: Auf einfache Art und Weise kann jeder von ihr Besitz ergreifen und sie in seine Vision der Stadt einbeziehen. Sie kann zur Nachahmung anregen.

Als ich ein Kind war, war ich sehr beeindruckt von den Stencils, die ich in der Stadt sah. Damals gab es nur wenige, aber sie haben mich fasziniert. Sie schienen mir wirklich inspirierend zu sein, fast geheimnisvoll, wie sie in der Nacht ohne Lärm erschienen.

Die Stadt mit Kunst und Natur neu zu überdenken, scheint mir eine notwendige Sache zu sein, mehr und mehr…

 

Stehen urbane Kunst, Galerien und traditionelle Kunstinstitutionen im Widerspruch zueinander, oder ist eine breitere Anerkennung der Street-Art-Bewegung durch den traditionellen Kunstbetrieb längst überfällig?

Ich muss sagen, dass ich mich von diesen Überlegungen entfernt habe, obwohl sie offensichtlich Teil von Street Art sind. Ich verstehe nicht wirklich, wie der Dialog zwischen Galerien und urbaner Kunst harmonisch artikuliert werden kann, und denke, es hängt auch von den Akteuren vor Ort ab. Alles, was eine opportunistische Matrix hat, ist meiner Meinung nach nicht von hoher Qualität. Ich persönlich habe mich von bestimmten Realitäten dieser Art entfernt und setze meine Arbeit auf der Straße fort, ohne mich an Institutionen oder Galerien zu binden.

Aber es stimmt auch, dass es Projekte gibt – auch solche, die mit Galerien verbunden sind – die ehrgeizig und von hoher Qualität sind, wie im 13. Bezirk von Paris mit der Tour 13. Einem Gebäude, in dem viele hochkarätige Künstler lebten und das vor seiner Zerstörung zu einem vergänglichen Museum wurde. Oder die Fassaden der Gebäude entlang der Strecke der Linie 6 der U-Bahn, die den Reisenden ein Freilichtmuseum bieten.

Ich habe auch am Bristol Upfest teilgenommen, das ein echtes Volksfest ist. Praktisch die ganze Stadt nimmt daran teil. Es gefällt mir sehr gut, es ist ein echter Moment des Teilens. 

 

Gibt es Unterschiede zwischen den Werken und Botschaften, die du auf die Straße bringst, und z.B. deinen Illustrationen und Arbeiten auf Papier?

Ja, das sind zwei verschiedene Dinge, und das ist es, was mich interessiert. Die Malerei, die ich seit Jahren in meinem Atelier mache, ist sehr selbstreferentiell, sehr obsessiv; es ist eine persönliche Forschung, die ich seit Jahren betreibe. 

Auf der Straße versuche ich, andere Referenzen zu verwenden, mehr mit Menschen als mit mir selbst zu sprechen und zu kommunizieren. Ich benutze auch einen roten und blauen Farbcode (das ist der Farbcode der Verkehrszeichen). Auf der Straße versuche ich, die Straße darzustellen – Männer, Frauen aus allen Teilen der Welt, wie sie in Paris zu sehen sind, – und dann bringe ich manchmal Ikonen der Popkultur wie Bruce Lee, Spike Lee, Malcolm X, Kim Jong-un, Twiggy und viele andere mit ein. Das kann ein Tribut sein oder sogar etwas, was die Leute zum Lächeln bringt.

 

Wie würdest du deinen Arbeitsprozess beschreiben? Wie viel Zeit verwendest du für ein Werk?

Es kommt darauf an… Ich benutze verschiedene Methoden, um auf der Straße zu arbeiten: Eine eher “warholianische” Methode ist, ein Motiv (auf Lebensmittelverpackungen) zu erstellen und es dann so oft zu reproduzieren, wie man es kleben möchte. Das kann fünf Stunden dauern. Wenn ich ein großes Gemälde auf Packpapier mache, die immer für Paste-ups bestimmt sind, arbeite ich vielleicht zwei Tage daran (ich bin schnell, aber ich mache auch nichts Anderes, es ist also immer noch stundenlange Arbeit).

Bei meinen Bildern, die nicht für die Straße bestimmt sind, ist es dasselbe: Zwei oder drei Tage.

Mein Arbeitsprozess findet im Atelier statt, allein, mit ausgewählten Podcasts und völligem Eintauchen, bis ich fertig bin. Ich arbeite mit Acryl, auf Papier und seit kurzem auch auf Holz. 

Es ist das eigene Bedürfnis zu malen, das mit der Zeit nicht verschwindet, sondern wächst. Für mich ist es Forschung und die stetige Suche nach Evolution…

 

Du hast einen außergewöhnlichen Stil, der in Subkultur, Comics, Musik, Mode und Streetlife verwurzelt ist, mit einem starken Wiedererkennungswert und einer lebendigen Farbpalette. Wie hast du deinen individuellen Stil entwickelt und welche Botschaft möchtest du mit deiner Kunst vermitteln?

Die Entwicklung ist einfach: Arbeit. Ich habe die Entscheidung getroffen, praktisch nichts Anderes zu tun, und deshalb entwickelt sich der Stil ganz natürlich. Natürlich muss man ihn füttern, und das geschieht durch Lesungen, Begegnungen, andere Künstler, Filme, Kultur im Allgemeinen; diese inspirieren einen sehr oft unbewusst. Der Wunsch, etwas zu tun und neue kreative Lösungen zu finden, ist für mich jedoch der stärkste Motor.

Die Botschaft… Ich habe keine Botschaft, weil ich festgestellt habe, dass wenn eine Person in dem, was ich tue, eine Botschaft sehen will, dann gehört diese Botschaft mehr zu ihr als zu mir. Oder ist es eine Art Alchemie, sagen wir, zwischen dem, was man produziert, und der Art und Weise, wie es von einer bestimmten Person wahrgenommen wird. Keine zwei Menschen nehmen ein Werk auf die gleiche Weise wahr.

Aber wenn ich eine Botschaft hätte, würde sie vielleicht darin bestehen, die Menschen zu ermutigen, ihre Kreativität einzusetzen, auf welche Weise auch immer, um diesen Teil, den absolut jeder von uns hat, am Leben zu erhalten. Wenn ich Workshops mit Menschen durchführe, die mit Kreativität nichts zu tun haben, kommt es oft vor, dass ich höre: “Ich bin in nichts gut”, und dann am Ende sehe, dass es jedem gelungen ist, selbst auf unerwartete, reichhaltige Weise etwas zu schaffen, was eine äußerst bereichernde Sache ist, die jeder braucht. Ich bin absolut für die Entwicklung dieser Möglichkeiten, die in jedem vergraben sind. Sie tun gut; sie schaffen eine andere Art, das Leben zu sehen, sich selbst zu sehen. Sie machen die Menschen glücklich. Das ist sehr wichtig.

 

Welche Beziehung möchtest du zu den Betrachtern deiner Werke herstellen?

Vielleicht Nachahmung. Ich würde mir wünschen, dass Kunst ebenso zum Alltag gehört wie eine Nachrichtensendung oder ein Café in einer Bar, etwas Demokratisches, für jeden zugänglich, in unmittelbarer Nähe. Wir können alle Künstler sein, auch wenn es nur für zehn Minuten am Tag ist… Das ist es, was Street Art sein kann: Auf dem Weg zur Arbeit einer Zeichnung auf der Straße zu begegnen, die dort für dich angefertigt wurde und dich für einen Moment von deinen Gedanken ablenkt… Man muss die Distanz zwischen dem Menschen und seiner Kreativität aufbrechen.

 

Gibt es einen Grund, warum du hauptsächlich weibliche Figuren malst?

In meiner Malerei, die nicht für die Straße bestimmt ist, sind hauptsächlich weibliche Figuren vertreten. Ja, natürlich, da ich den Begriff der Identität sehr hinterfrage, gehe ich von einer meiner persönlichen Identitäten aus, die weiblich ist. 

Die soziale Konstruktion von Weiblichkeit bietet dann in ihrer Darstellung, die auch an das Queere grenzt, unendliche kreative Möglichkeiten.

Auf der Straße erschaffe ich unbewusst mehr Männer. Ich habe mich auch schon über diese Tatsache gewundert, ohne Antworten zu finden, außer der Tatsache, dass sie ein objektiver Spiegel der Realität ist.

 

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Zelda Bomba

Tours / Paris, France

www.zeldabomba.com

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November 2020 I Laura Vetter

I would like art to be as much a part of everyday life as a news program or a café in a bar, something democratic, accessible to everyone, close at hand.

What’s behind the name Zelda Bomba?

Without ever giving it much thought, having a pseudonym always seemed obvious to me. I would never have entered the world of art under my real name, I think, a bit out of shyness; when I was younger, I wanted to hide somewhat. 

Zelda is a name that seemed strong to me; it is not related to the game, which I didn’t even know and which is not part of my culture. I added Bomba when the internet arrived, when I had to create an e-mail address. Bomba because it was the explosive period after September 11th: it came to me like that, it was the air you breathed. In the end, it all happened a bit by chance, without giving it too much importance, but this name still matches me…

 

When and why did you start making (public) art? What are your sources of inspiration?

Public art has always attracted me a lot. The first book I bought with my money was Spray Can Art. It fascinated me. I also had a lot of writer friends that I used to take to Rome when they went to paint, but I used to watch. Let’s say I never picked up the cans – I paint with a brush, which is a much longer thing – so I waited for the possibility of having legal walls to make large-scale works in the street. Maybe in 2012? 

I then developed my public art in the form of collages, which fit me more because I can develop them as much as I want in my studio and then go around pasting them wherever I want.

For me, it is a way of meeting people surrounding art in a different way. When I work in Belleville in Paris, I know that the people who will see my work are a very diverse multitude and very different from the people you meet in the gallery. So, not only is it a way to communicate art in a more democratic way, but it also forces me to adapt my work to address different people: children, maybe people who are not used to going to museums. It is a way to create a bubble of color and I hope that those who meet a collage of mine on their way through the city will like it. Obviously, it is also a way to take over the city polluted by advertising.

 

How would you define “urban art”?

For me, it is a way to make free art exist, for everyone, in cities consumed by private individuals. Anyone can do it, and all messages can be expressed on the street. 

For artists, it is a way of investing in the city that becomes a terrain of adventure (I discovered areas of Paris looking for new areas of expression that I didn’t know at all) and also of inspiration.

Art can therefore be part of people’s everyday life: in a simple way, anyone can take possession of it and include it in their vision of the city. It can create emulation.

When I was a child, I was very impressed by the stencils I saw around the city. They were few at the time, but they intrigued me. They truly seemed inspiring to me, almost mysterious how they appeared in the night, with no noise.

Rethinking the city with art and nature seems to me a necessary thing, more and more…

 

Are urban art, galleries and traditional art institutions mutually contradictory, or is a wider recognition of the street art movement by the traditional art industry long overdue?

I have to say that I have moved away from these reflections even though they are obviously part of street art. I don’t really understand how the dialogue between galleries and street art can be harmoniously articulated. I guess it also depends on the actors on the ground. Everything that has an opportunistic matrix is not high quality in my opinion. Personally, I have moved away from certain realities of this kind, continuing my work on the street without tying myself to institutions or galleries.

But it is also true that there are projects, even those linked to galleries, that are ambitious and high quality, as is the case in the 13th arrondissement of Paris with Tour 13, a building occupied by many quality artists, which became an ephemeral museum before its destruction, or the facades of the buildings along the route of line 6 of the aerial subway, which offer an open-air museum to travelers.

I also took part in the Bristol Upfest, which is a real folk festival. Practically the whole city takes part in it. I really like it; it’s a real moment of sharing. 

 

Are there any differences between the works and the messages you put on the street and, for example, your illustrations and works on paper?

Yes, they are two different things and that’s what interests me. The painting work that I have been doing for years, in my studio, is very self-referential, very obsessive; it is a personal research that I have been doing for years. 

On the street, I try to use other references, to talk to people more than to myself, to communicate. I also use a red and blue color code (which is that of road signs). On the street, I try to represent the street – men, women, from all parts of the world as you can see in Paris – and then sometimes I bring in icons of popular culture like Bruce Lee, Spike Lee, Malcolm X, Kim Jong-un, Twiggy, and many others. This can be a tribute or even something to make people smile.

 

Can you describe your process of working? How much time do you spend on a work?

It depends… I use various ways to work on the street: a more Warholian method is to create a visual (on food packaging) and then reproduce it as much as you want to glue it. This may take me five hours. If I make a big painting on parcel paper, always for paste-ups, maybe I work two days on it (I’m fast but I don’t do anything else, so it’s still hours of work).

For my paintings not intended for the street, it’s the same: two or three days.

My work process is in the studio, alone, with selected podcasts and total immersion until I’m finished. I work with acrylic, on paper, and recently also on wood. 

It is one’s own need to paint, which does not disappear with time; indeed, it grows. For me, it is research, and always the search for evolution…

 

You have an extraordinary style, which is rooted in counterculture, comics, music, fashion and street life, with a strong recognition value and a lively color palette. How did you develop your unique style, and what message do you want to convey with your art?

Development is simple: work. I made the decision to do practically nothing else and, therefore, the style develops naturally. Obviously, you have to feed it, and this happens through readings, meetings, other artists, films, culture in general; these very often inspire you unconsciously. The desire to do and to find new creative solutions is, however, for me, the most powerful trigger.

The message… I don’t have a message because I have discovered that if a person wants to see a message in what you do, that message belongs more to them than to you. Or it is an alchemy, let’s say, between what you produce and how it is perceived by that particular person. No two people perceive a work in the same way.

But maybe if I had a message it would be to encourage people to use their creativity, in whatever way, to keep alive this part that absolutely everyone has. It often happens to me, when I do workshops with people who are completely unrelated to creativity, to hear “I’m not good at anything,” and then see at the end of the workshop that everyone has managed to create, even in an unexpected, rich way, which is an extremely valuable thing, which everyone needs. I am absolutely for the development of these possibilities, which are buried in everyone. They do well; they create a different way of seeing life, of seeing oneself. They make people happy. It is very important.

 

What relationship do you want to create with the viewers of your works?

Maybe emulation. I would like art to be as much a part of everyday life as a news program or a café in a bar, something democratic, accessible to everyone, close at hand. We can all be artists; we can all be artists even if it’s for only ten minutes a day… This is what street art can be: meeting a drawing in the street on the way to work, which was made there for you, distracting you from your thoughts for a moment… You have to break the distance between people and your creativity.

 

Is there a reason why you mainly paint female figures?

Female figures are mainly present in my painting not intended for the street. Yes, obviously, since I question the concept of identity a lot, I start from one of my personal identities, which is female. 

The social construction of femininity then offers endless creative possibilities in its representation, which also borders on the queer.

On the street, unconsciously, I create more men. I have wondered about this fact without finding answers, besides the fact that it is an objective mirror of reality.

 

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Zelda Bomba

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November 2020 I Laura Vetter